This project has received funding from the European
Research Council (ERC) under the European Union’s Horizon
2020 research and innovation programme.
Grant agreement No. 834033 AN-ICON.

2019/2020

Event

Department of Philosophy, Sala Seminari

Seminar of Philosophy

Illusione estetica. Archeologia di un concetto

Pietro Conte Università Ca’ Foscari di Venezia

Nel 2000 Princeton University Press chiese a Ernst Gombrich se fosse disponibile a scrivere una nuova prefazione ad Arte e illusione. Erano passati quarant’anni dalla prima edizione dell’opera, e l’autore era ormai novantunenne; eppure non solo accettò di buon grado l’invito, ma colse anche l’occasione per cercare di dimostrare quanto le sue tesi fossero ancora attuali, nonostante gli ultimi decenni del Novecento avessero visto l’«industria dell’intrattenimento» soppiantare via via la pittura – oggetto d’indagine privilegiato di Arte e illusione – in quanto principale «dispensatore di illusioni»: «Sono stati ideati simulatori di volo che permettono ai piloti, indossando un casco, di ritrovarsi immersi in ambienti che riproducono fedelmente la velocità d’azione reale. Più recentemente ci si è dedicati allo sviluppo della cosiddetta “realtà virtuale”, che ci permette non solo di vedere e di udire, ma anche di toccare una realtà simulata tramite l’impiego di appositi guanti. Non so se questa tecnologia diventerà – o meglio potrà diventare – un medium per la creazione di opere d’arte».

Prendendo le mosse dalla questione sollevata da Gombrich, cercherò di far luce su alcune problematiche insite nel concetto stesso di «illusione», attualmente oggetto di un rinnovato interesse in ragione della sua centralità nei dibattiti sulle esperienze di arte immersiva e sul cinema VR. Per far ciò adotterò una prospettiva di storia delle idee e tenterò una prima ricognizione genealogica della nozione di illusione estetica.

Sogno e son desto: illusione, allucinazione e immersività nella Francia del XIX secolo

Giancarlo Grossi Università degli Studi di Milano

La prima volta che il filosofo tedesco Johann Augustus Eberhard, all’inizio dell’Ottocento, visitò un panorama presso la fiera di Lipsia, lo descrisse come un incubo, dal quale né la ragione né la percezione permettono di risvegliarsi – in altri termini, di distanziarsi e fuggire dall’inganno dell’immagine. Il senso di presenza emanato dai primi dispositivi immersivi, confermato dall’insieme dei sensi pur nell’assenza di un referente reale, incrocia di fatto un più ampio dibattito epistemologico che, nel corso del XIX secolo in Francia, definisce i concetti di illusione, allucinazione e sogno inaugurando nuovi criteri di visualizzazione degli stati modificati della coscienza. Si va da Esquirol, che nel 1817 introduce per primo una distinzione che diverrà canonica tra illusione e allucinazione, dove «on rêve tout éveillé»; a Moreau de Tours, che propone l’utilizzo dell’hashish come via maestra per sperimentare in prima persona e nella piena integrità della coscienza la dimensione della follia come la sua identità con il sogno; fino ad Alfred Maury, che concentra le sue osservazioni sulle allucinazioni ipnagogiche del dormiveglia e a Hervey de Saint-Denys che propone un metodo multisensoriale di attivazione del sogno lucido. In questo percorso, ci interrogheremo su quali regimi di significato permettevano allora di definire l’esperienza immersiva dei primi dispositivi mediali e quali sono ancora validi oggi in relazione all’avvento e alla diffusione delle tecnologie della realtà virtuale.

Pietro Conte è Ricercatore a tempo determinato (RTD-B) di Estetica presso l’Università Ca’ Foscari Venezia. Dopo aver conseguito il Dottorato presso l’Università di Siena nel 2007, è stato borsista di perfezionamento post-doc presso l’Università di Basilea (2007-2009), assegnista di ricerca all’Università degli Studi di Milano (2011-2015) e Junior Assistant Professor all’Università di Lisbona (2015-2018). Le sue ricerche vertono principalmente sui concetti di iperrealismo, illusione e immersività, nonché sulle differenti pratiche di oltrepassamento delle tradizionali soglie divisorie tra immagini e realtà. Tra le sue pubblicazioni, la monografia In carne e cera. Estetica e fenomenologia dell’iperrealismo e le edizioni critiche della Scultura funeraria di Erwin Panofsky e della Storia del ritratto in cera di Julius von Schlosser.

Giancarlo Grossi è ricercatore post-doc in Estetica presso il Dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti” dell’Università degli Studi di Milano. Si è laureato in filosofia e addottorato in cinema presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, e ha insegnato Filmologia, Semiotica dell’Arte e Filosofia dei media in diversi atenei (Università Cattolica del Sacro Cuore, Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia, Università degli Studi di Milano). È da sempre interessato al rapporto tra la filosofia e i media, che nelle sue pubblicazioni indaga da un punto di vista archeologico, cercando nell’incrocio storico tra estetiche, tecnologie e scienze della mente la nascita delle diverse forme di spettatorialità. Ha all’attivo diverse pubblicazioni su riviste scientifiche e una monografia, Le regole della convulsione. Archeologia del corpo cinematografico (Meltemi 2017) dedicata alla relazione tra gli studi fisiopsicologici della locomozione nella Francia alle soglie del XX secolo e la nascita del cinema.